Valentina Caveri

 

 

La poeticità delle ombre in Giulia Birindelli

 

 

Nello sprigionarsi di lievi venature d’ombra tra le fessure intagliate da Giulia Birindelli (Roma, 1973) su fogli lignei, tela o lino, s’intravede la potenza della singola lettera che accostata a un’altra e un’altra ancora forma una parola per penetrare successivamente in una frase, espressione di poeti o letterati scelti dalla stessa artista: Rimbaud, Montale, Proust... Il buio si perde nella luce riflessa sui rilievi, così come accade in “Alba XVIII” o in “Alba XXXVI”, alba come il luogo di confine tra la luce e il buio; le sillabe trascritte e lette con un’attenzione particolare per estrapolarne il significato rivelano un nuovo modo di leggere le opere letterarie. In un mondo così ricco di superficialità letture profonde rischiano di non venir comprese, di soffocare tra le pagine ingiallite di un libro, di procedere inosservate, di passare in secondo piano, fingendo anche di essere state comprese. Soltanto una lettura attenta, nuova, può dar loro un valore appropriato; forse solo ascoltandone nuovamente nella difficoltà del gesto percettivo si mostra il significato reale. «Proprio l’indicibile, quel buio che il verso si porta dietro di sé, - spiega l’artista -è la condizione di possibilità perché si possa ancora dire ancora qualcosa di sensato».

 

La prima personale di Giulia Birindelli, “Vedi in questi silenzi” ha luogo all’interno della Galleria Francesco Zanuso ed è curata da Michela Papavassiliou. La cultura vibra nelle frasi messe in rilievo e fa sfoggio di sé, divenendo immagine. In pratica da un piano esteso od ondulato la Birindelli estrapola il succo di un discorso, ritagliando e sollevando i termini che ne esplicano il senso. «Il linguaggio è lì, sul confine. E’ tensione, è apertura, è possibilità. – racconta la Birindelli - Il nostro dire altro non è che un dischiudere». Il linguaggio non può essere solo pensato in quanto comunicazione verbale. Come rivela Martin Heidegger (Messkirch 1889 -1976) il linguaggio è nel medesimo momento la casa dell’essere e la dimora dell’essere umano. Secondo il filosofo tedesco, l’uomo non crea il linguaggio ma è al momento della nascita che incontra per la prima volta il linguaggio. Il linguaggio, soprattutto quello poetico è “casa dell’essere”. Nella poesia dunque accade lo svelarsi dell’essere poiché essa è lingua primigenia, che riconoscendo un nome alle cose partorisce l’essere.

 

L’uomo è in grado di comunicare solo in quanto spettatore, nel silenzio dell’ascolto del linguaggio dell’essere. Nelle pieghe di senso create dalla Birindelli ascoltiamo l’essere nel sospiro sottile della materia. «Da ancora adolescente tappezzavo le mattonelle del bagno con dei brani di libri che amavo di più. Il mio primo desiderio è stato liberare dei testi dalla chiusura dei libri in essi contenuti. Li volevo lì, a portata di mano. Volevo ricordarmi, ad esempio, che non esiste una sola verità ma che “nostro compito è aumentare il numero delle verità” (Pareyson), e così l’ho scritto sopra alla vasca da bagno. Poi accanto allo specchio, perché mi mettesse buon umore tutte le mattine, avevo segnato un aforisma di Bufalino “certe mattine di luglio la mia anima porta a braccetto il suo corpo e lo porta a spasso con lui”. – ricorda la Birindelli - Oggi, adolescenza e aforismi alle spalle, della parola scritta mi commuove la precarietà, la provvisorietà, quel suo essere spiraglio, fessura, apertura. Come diceva Proust, noi vorremmo che lo scrittore ci desse delle riposte, quando tutto quel che può fare è darci dei desideri"

 

 

 

Valentina Caveri

Marzo 2012